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ESECUZIONI IMMOBILIARI: come estinguere il procedimento in caso di mancata vendita

Accade spesso che un immobile all’asta sia eccessivamente svalutato in seguito a molteplici tentativi di vendita andati a “vuoto”. Talvolta, addirittura, il prezzo di vendita si presenta notevolmente inferiore rispetto alla somma richiesta dai creditori. In questi casi, il debitore può chiedere e ottenere, attraverso un’istanza al Giudice dell’Esecuzione, la chiusura anticipata del processo esecutivo e la liberazione del proprio immobile.


Quando risulta che non è più possibile conseguire un ragionevole soddisfacimento delle pretese dei creditori”, recita l’art 164 bis disp. att. c.p.c., “anche tenuto conto dei costi necessari per la prosecuzione della procedura, delle probabilità di liquidazione del bene e del presumibile valore di realizzo, è disposta la chiusura anticipata del processo esecutivo”.

La norma in esame indica due parametri in base ai quali il giudice deve valutare l’infruttuosità della procedura esecutiva:

a) il fatto che, pure a seguito di molteplici esperimenti di vendita, il bene non ha suscitato interesse nel mercato, e ciò nonostante sia stato posto in vendita ad un prezzo estremamente basso;

b) il “ragionevole soddisfacimento delle pretese dei creditori”.

Il processo esecutivo diventa quindi “antieconomico” laddove sia alta la probabilità che dal ricavato della vendita dell’immobile non si giunga ad un normale, o comunque congruo, soddisfacimento dei creditori (o di almeno uno di essi). Sarebbe infatti privo di senso ammettere la continuazione di procedimenti esecutivi dalle tempistiche indeterminate, con conseguente eccessiva svalutazione del bene all’asta, senza avere la certezza (o una elevata probabilità) che il credito possa essere almeno in larga parte soddisfatto.

In definitiva, qualora manchi un interesse da parte di terzi all’acquisto del bene, senza prospettiva di vendita ai successivi incanti, il debitore potrà legittimamente chiedere al Tribunale la liberazione del proprio bene.