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PRIVACY: palestra condannata al risarcimento per foto non autorizzata

Una palestra è stata condannata a risarcire un proprio abbonato, rea di averlo fotografato nel corso degli allenamenti senza il suo consenso e in assenza di una adeguata informativa che lo avesse reso consapevole della pubblicazione sui social delle immagini che lo ritraevano.

La richiesta di risarcimento danni da parte dell'abbonato trae origine da un'altra vicenda, piuttosto singolare ma che ci fa comprendere quanto sia importante per una palestra dotarsi di una corretta politica di trattamento dei dati personali.
In una precedente causa di separazione, la moglie dell'abbonato aveva prodotto in Tribunale alcune foto del marito sorpreso in atteggiamenti ritenuti compromettenti insieme alla presunta amante.
Le foto in questione erano state scattate nel corso degli allenamenti che il consorte frequentava settimanalmente nella palestra del quartiere e poi pubblicate nell'account Instagram gestito dalla palestra stessa.

La questione "privacy" ha un peso in questa vicenda, perchè il marito - a suo dire - non era per nulla al corrente di tale prassi, nè tantomeno aveva espresso il suo consenso alla pubblicazione - e quindi diffusione - di foto che lo ritraevano durante gli allenamenti.

Ne è nata, pertanta, una causa civile di risarcimento danni da questi promossa nei confronti della palestra, che si è trovata dunque ad affrontare una situazione spiacevole (anche per motivi di immagine), accorgendosi però di non avere i mezzi necessari per difendersi al meglio in aula.

Le nuove norme in materia di trattamento dei dati personali (Reg. UE 679/16, c.d. GDPR), richiedono infatti che il titolare (in questo caso, la palestra) sia in grado di dimostrare la propria conformità alla normativa.

Per ottemperare a questo adempimento, la palestra avrebbe dovuto fornire la prova di aver ottenuto un consenso specifico, libero ed informato da parte del proprio associato alla diffusione di sue immagini nei relativi canali social (art. 6 pgf 1 lett. a); art. 7 GDPR)

Purtroppo, la palestra - in persona del suo legale rappresentante - non aveva richiesto il consenso all'interessato, nè tantomeno aveva predisposto una informativa adeguata in cui si facesse espresso richiamo alla pubblicazione sui social di foto degli abbonati.

Il Giudice, pertanto, ha condannato la palestra al risarcimento danni a favore dell'abbonato, il quale peraltro potrebbe anche proprorre - proprio sulla base di questa sentenza favorevole - un reclamo di fronte all'Autorità Garante nella diversa sede amministrativa (potendosi in quel caso applicare le pesanti sanzioni del GDPR).

Diventa pertanto decisivo, per ogni palestra, predisporre una corretta e dettagliata politica di trattamento dei dati, che riesca a mettere il titolare nelle condizione di dimostrare in maniere agevola la leggittimità dei trattamenti dei dati che gli potrebbero essere contestati.

In questo caso, ad esempio, sarebbe stato necessario dimostrare in giudizio di aver raccolto un consenso:

Da una errata procedura sulla raccolta del consenso o di altre politiche di trattamento dei dati può derivare un danno non solo materiale ma anche di immagine della palestra, trattandosi di luogo davvero "sensibile" su questo fronte.
Si pensi alle schede degli abbonati, che potrebbero contenere dati sanitari in relazione ad alcuni test effettuati anche per mezzo di consulenti terzi (ad esempio per verificare il rapporto massa grassa/ massa magra), oppure l'elenco delle intolleranze o delle allergie degli iscritti (per predisporre diete personalizzate).
Si pensi ancora al caso in cui vengano utilizzate app per agevolare l'iscrizione ai corsi. I gestori delle palestre in questi casi dovrebbero conservare documenti che certificano la loro sicurezza; dovrebbero, ad esempio, sapere quali sono i dati che vengono registrati e dove gli stessi sono conservati (se in data center collocati dentro o fuori l'Unione Europea).

Come si intuisce la casistica è amplissima.
I gestori delle palestre dovrebbere considerare il tema della protezione dei dati personali come una questione non più rinviabile, tenuto conto della natura dei dati - spesso anche sensibili - che gli stessi detengono.

Non è più solo una questione di rispetto della normativa, per essere appunto "in regola" con i nuovi requisiti del GDPR; è piuttosto una questione di tutela della propria immagine e di eventuale difesa di fronte a possibili contestazioni e reclami dei propri abbonati